20/08/10

GIUSEPPE VITALE: "ECCO PERCHE' A ORIA NON MI SENTO A CASA"

ORIA - Riceviamo e pubblichiamo dall'attore Giuseppe Vitale, che ringraziamo per l'importante e apprezzato contributo, alcune considerazioni sul suo disagio di cittadino e artista nel vivere in una città come Oria. L'argomento era stato introdotto in alcuni post precedenti che potete leggere sfogliando le notizie online direttamente dalla homepage:

[ L'INVISIBILE ORIA

E’ da un po’ di giorni che alcune mie dichiarazioni su delle manifestazioni che si tengono in Oria, dove vivo, hanno fatto scoppiare un piccolo caso ripreso da blog e web magazine: tutti i link in merito si trovano nel mio post di ieri. Oggi voglio abbandonare ogni possibilità di alimentare qualsiasi polemica e spiegare, da una parte, perché un trentaseienne come me può dichiarare di non sentirsi a casa qui, dove ha per lo più vissuto finora, e dall’altra provare ad immaginare un’ Oria finora invisibile, che ancora non c’è, di cui sento il bisogno (ma non credo di essere il solo).

In uno dei miei commenti su Facebook, ripreso da Il Controvento, parlo di “boicottaggio” nei miei confronti. Potrei citare in proposito gli organizzatori nella cittadina che hanno inserito una mia esibizione subito dopo che il pubblico aveva abbandonato la piazza in occasione della Notte Bianca di Gennaio, ma quest’oggi voglio andare al di là del piglio polemico. Ci sarebbero anche mie profferte di collaborazione ad altre manifestazioni su cui altri organizzatori hanno glissato, forse conoscendo la mia indole non asservita a nessun potere né vescovile (Oria è sede vescovile appunto) né municipalistico. Ma tralasciamo e proviamo a fare un volo radente tra la basilica cattedrale, il castello, il parco Montalbano, le masserie e le chiese rupestri. E guardare più dall’alto questo boicottaggio che non è solo personale ma è il boicottaggio delle idee, dei progetti, dei sogni, delle visioni nuove e differenti della nostra comunità. Sebbene di tanto in tanto veda in paese qualche egregia iniziativa, questa cittadina soffre di una soffocante inedia, indice di un diffuso vuoto culturale. Su quest’ultimo s’innesta quella federicomania che Marco Brando in Lo strano caso di Federico II rintraccia anche nel nostro corteo e torneo dei rioni, che tutto è tranne che storico. Eppure si ha la sfacciataggine di attribuirne le origini ad un sedicente bando del 1225, anno delle nozze di Federico II con Iolanda di Brienne, quando lo stesso è stato inventato a tavolino nel 1967 dagli organizzatori del torneo. La Puglia tutta, aggregazione di più culture, soffre di una crisi di identità riempita alla meno peggio con il falso mito di Federico II. Non è una questione di mero folclore se pensiamo che una banca è stata intitolata a lui, che Castel del Monte, altro falso mito, è una delle icone più usate della nostra regione, ecc. Semmai è la questione della nostra stessa cultura, della nostra immagine in un mondo sempre più preparato ed esigente che sta imparando sempre di più ad affrancarsi da falsi miti di questo genere. Continuare su questa strada significa renderci ridicoli agli occhi del mondo ma soprattutto mettere da parte le nostre vere radici messapiche, illiriche, bizantine ecc.

“D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”

scrive Italo Calvino ne Le città invisibili. Meraviglie in questa città dalla trimillenaria storia ce ne sono tante, perché oltre a quelle che ho nominato prima ci sono anche le cripte, il palazzo vescovile, i musei e i casali nei suoi dintorni. Il senso dello stupore, dell’incanto di fronte ad esse non lo puoi abbandonare specie se da piccolo hai giocato intere giornate nel ghetto degli ebrei, ad esempio, che è uno dei tanti posti in cui ho abitato. Eppure

“noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie, e combattere contro il moralismo”

mi viene da gridare secondo il Manifesto del Futurismo. La ragione sta nella calviniana “risposta alla mia domanda”. Pretendo che questo paese me la dia questa risposta. E’ legittimo e giusto che così avvenga non solo per me ma per ogni suo cittadino. Ognuno deve trovare la risposta alla sua domanda, la deve cercare, pretendere, difendere. E’ in gioco il nostro stesso esser venuti al mondo. Qualcuno obietterà che nemmeno Itaca diede delle risposte ad Ulisse il quale andò a cercarle per il mare. Infatti sono in tanti quelli che alla prima occasione lasciano il paese o coloro i quali per rassegnazione e fatalismo credono che mai vi sorgerà qualcosa di buono. Io rispondo che Ulisse torna ad Itaca per riunirsi a Penelope perché ad essa non solo è legato dall’amore della sua donna ma dai fili che essa tesse di giorno e disfa di notte con il suo telaio. Ho sempre pensato che questa tela su cui Penelope lavora fosse una mappa del mare solcato dal suo uomo e che i fili che lei tesse siano in realtà l’intreccio dei racconti che la stessa Penelope fa e che Omero canta. Perciò ognuno può trovare la risposta a questa domanda a cui accenno solo nell’intrecciare la sua esistenza con il racconto del suo passare o permanere tra le case, le vie, i lampioni, i bidoni, le macchine, le moto di Oria. Si badi bene che non è il racconto che tante malelingue son sempre pronte a fare ad ogni minima osservazione, ad ogni minima apparenza scorta dietro tante tapparelle e persiane.

A Eudossia, che si estende in alto e in basso, con vicoli tortuosi, scale, angiporti, catapecchie, si conserva un tappeto in cui puoi contemplare la vera forma della città. (…) Ogni abitante di Eudossia confronta all’ordine immobile del tappeto una sua immagine della città, una sua angoscia, e ognuno può trovare nascosta tra gli arabeschi una risposta, il racconto della sua vita, le svolte del destino.

Così scrive ancora Italo Calvino ne Le città invisibili. E ci fa comprendere come questa domanda sia legata al racconto e quest’ultimo al proprio destino. Perciò ogni linea della città, ogni suo avvenimento, ogni sua sfumatura è la stessa tela su cui noi novelli Ulisse viviamo le nostre avventure, sia che siamo ad Itaca sia che siamo lontani da essa. Il timone di questa nostra nave è costituito dalle domande che noi facciamo, dai nostri dubbi, dalla nostra ricerca, la francese “quete” (mal tradotta con l’italiano questua, la “inquisitio” latina). Se allora vogliamo giocare a sentirci cavalieri medievali, come ad Oria si è soliti fare con il torneo, possiamo esserlo se ci mettiamo a cercare il nostro graal, consci che quel che conta non è un qualche oggetto misterioso ma il cercare stesso, che è poi la vera meta. Su questa ricerca voglio scommettere il senso del mio stesso appartenere a questa comunità, lontano da ogni luogo comune e da una identità che non può essere basata sulla “tradizione” del torneo ma che ha altre basi, altre colonne che la sorreggono, magari come quelle della distrutta cattedrale normanna ma che se non sorreggono l’edificio possono sorreggere un’idea della città, una sua visione che domani proverò a disegnare con un nuovo post. Giuseppe Vitale]

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