04/04/11

TUTTI IN FILA PER L'"ATTESTATO" CON LA SPERANZA DI PARTIRE



ORIA. Le giornate di sabato e domenica sono trascorse piuttosto tranquille. I controlli delle forze dell’ordine si sono intensificati e lo si vede dalla minore presenza di migranti in giro per la città. Il giro di vite imposto dal ministero dell’Interno prevede che da domani chi sarà sorpreso a fuggire dal centro potrà essere considerato clandestino, quindi rimpatriato in tempi brevi. È questo che polizia e carabinieri cercano di comunicare ai fuggitivi, che bloccano poco prima di salire sui treni. Il personale delle Ferrovie è stato chiaro, ieri: “Per noi se hanno i documenti d’identità, il biglietto già fatto o i soldi per farlo a bordo (Oria è sprovvista di biglietteria, quindi questo è possibile, ndr) può partire tranquillamente, non sta a noi fermarli per alcun motivo al mondo”. E infatti a fermarli ci pensano polizia e carabinieri, che in aggiunta ai documenti d’identificazione chiedono il permesso di soggiorno o altri documenti equiparabili, quali l’attestato nominativo che è rilasciato a seguito di domanda di protezione internazionale e il foglio cosiddetto umanitario concesso ai sensi dell’articolo 20 della legge Bossi-Fini (consente la libera circolazione delle persone nei Paesi dell’aera Schengen, tra i quali la Francia). I profughi senza questi documenti non possono assolutamente partire e vanno incontro al reato di clandestinità. È questo il leit-motiv in stazione, dove comunque c’è sempre un certo affollamento, con i mediatori culturali a recitare un ruolo da protagonisti. Però c’è chi di rimanere proprio non vuole saperne. Come per esempio Said, Mohamed e Fouad, che mostrano i tesserini con i numeri progressivi che darebbero loro diritto a ottenere l’attestato nominativo. “Ci hanno detto di aspettare, ma chi aspetta là tutto questo tempo?” dice impaziente Mohamed, che ha il numero 91. I tempi d’attesa per Said sono decisamente più dilatati, il suo tesserino dice 886. Arriva il treno delle 16,30 e cinque tunisini salgono al volo: loro possono, hanno ottenuto i documenti nella mattinata, nessuno li potrà più trattenere al centro d’accoglienza, dove c’è tensione. Fouad lamenta di essere stato picchiato al campo, mostra la gamba, dove è ferito: “Guardate qua, è stato il cavallo dei carabinieri, mi ha camminato sopra”. Circola voce che in tendopoli la situazione non sia delle più tranquille: c’è chi fugge dalla forze dell’ordine, ma anche dai connazionali, compagni di sventura. Come in ogni comunità che si rispetti, ci sono simpatie e antipatie. Queste ultime sfociano in zuffe, che gli operatori del Cai in qualche modo cercano di sedare. L’altro ieri ci sono stati disordini durante la distribuzione del rancio: qualcuno degli ospiti faceva il furbo per saltare la fila, che può durare finanche quattro o cinque ore, e quelli che stavano davanti non l’hanno presa bene. Ne è scaturita un baruffa, che Fouad racconta così: “Era un casino, non si capiva più niente, volavano parole grosse e botte dappertutto, io sono scappato anche per quello, si sta meglio qua alla stazione”. In stazione ad attenderli trovano il presidio interforze dell’ordine pubblico, ma soprattutto tanta solidarietà, grazie all’impegno di associazioni di Oria e dei centri limitrofi, che distribuiscono ai disperati di tutto un po’, dal cibo agli indumenti ai medicinali, finanche le sigarette. Rachid è tunisino ed è da giorni che raggiunge in treno il campo dell’aviazione. Lui non è un migrante, ma lo è stato. Vive e lavora da anni a Bari: “Mio fratello è là dentro, non lo fanno uscire, come devo fare? Lo prendo con me, lo porto a casa mia e lo faccio lavorare, ma non me lo vogliono dare. Gli ho detto di non scappare perché ho sentito che se no lo arrestano, ma qualcuno mi spieghi cosa devo fare per stare di nuovo con mio fratello”. Lo chiede a un funzionario di polizia, che prova a spiegargli la situazione: “Tuo fratello deve chiedere un permesso per uscire 12 ore al giorno così vi potete vedere ogni giorno, poi quando avrà chiesto l’asilo riceverà l’attestato e potrà partire con te”. Rachid dice che il fratello l’ha già chiesta da un pezzo la protezione, ma ancora non esce. Il poliziotto, gentile, gli risponde che deve avere pazienza, ché con la burocrazia italiana è così. Rachid ringrazia e dice alla gente che gli sta intorno: “Io sono in pena per lui, là dentro è pericoloso, mio fratello è bravo ragazzo e da quello che mi racconta il campo non è proprio un posto tranquillo, non si vive bene là. Lo voglio fuori al più presto, ma non voglio che lo arrestino, abbiamo sempre rispettato la legge”. Poi si scusa e si allontana, il treno per Brindisi è appena arrivato e gli tocca rientrare a Bari, per il settimo giorno consecutivo. Va e viene, Rachid, ma sul suo volto non c’è stanchezza. Ancora solo speranza.
Eliseo Zanzarelli

(da La Gazzetta del Mezzogiorno, 4 aprile, pagina II ediz. Brindisi)

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